La sostenibilità è ormai un argomento imprescindibile del nostro vivere quotidiano e va attuato strategicamente in tutte le nostre azioni: meno sprechi, più efficienza, più rispetto per l’ambiente, più salvaguardia per la nostra civiltà e il nostro benessere.

Se si vuole però parlare seriamente di sostenibilità di un processo, che sia esso aziendale oppure applicato ad una comunità, e senza retorica o idealismi, bisognerebbe fare riferimento al modello della Triple Bottom Line, coniato dal guru del pensiero green, John Elkington, nel 1994, in cui vengono definiti i tre presupposti che devono essere contemporaneamente rispettati affinché un processo possa essere considerato veramente sostenibile:

– dimensione sociale

– dimensione economica

– dimensione ambientale

modello della Triple Bottom Line

Quindi la vera sfida dell’oggi, è quella di far conciliare queste tre dimensioni ove, la sostenibilità ambientale, spesso concettualmente abusata nelle ideologie ambientaliste, non sia un freno alle altre dimensioni, ma una occasione di sviluppo in un processo virtuoso che veda l’uomo e le sue attività perfettamente integrato nell’ambiente e ne diviene primo custode.

Il mezzo affinché ciò sia perseguibile è indubbiamente quello dell’innovazione tecnologica.

Una innovazione tecnologica che abbia come fondamento un approccio sistematico alle problematiche ambientali e che ricerchi soluzioni che permettano una integrazione strategica delle attività dell’uomo nei cicli naturali. Un esempio pratico? Economia circolare non è soltanto dichiarare il #plasticfree togliendo le bottiglie di plastica dagli uffici o sostituendo «nei distributori di bevande calde dei bicchieri di plastica con quelli di carta, e delle paline di plastica per girare il caffè con quelle di legno piuttosto che sostituire le bottiglie di plastica con contenitori in alluminio», perché in questo modo si rischia di fare interventi spot e con efficacia tutta da dimostrare spostando il problema in un altro ambito. Gli interventi vanno dunque contestualizzati in una analisi sistematica degli impatti che le singole azioni possono avere sull’ambiente e quindi, di conseguenza, prendere le adeguate decisioni.

Ovviamente questo approccio non si può improvvisare, e in maniera prioritaria, deve essere rivolto alla soluzione di emergenze che vanno trattate in quanto tali: se esiste una emergenza rifiuti, non basta auspicare il ciclo End Of Waste ma bisogna intraprendere nell’immediato iniziative di responsabilità tese ad ottenere il massimo risultato nell’immediato con il minimo impatto. In questo caso l’esempio pratico è dato dal fatto che, in una situazione non gestita in cui i rifiuti di una città rischiano sempre più spesso di essere bruciati in roghi incontrollati, l’impatto sull’ambiente di queste situazioni reali è palesemente non confrontabile con una politica d’azione che preveda una valorizzazione virtuosa dei rifiuti, ad esempio mediante impianti di termovalorizzazione o di produzione di biogas.

In conclusione, per concretizzare quel Green New Deal citato nelle linee programmatiche del nuovo governo non è sufficiente dichiararlo nelle intenzioni, ma bisogna mettere in campo una politica industriale pragmatica, che sappia unire la sostenibilità ambientale a quella sociale ed economica. Per far ciò occorre abbandonare il terreno di scontro ideologico ed esplorare invece quello della individuazione delle risorse necessarie agli investimenti per perseguire la vera sostenibilità con la leva dell’innovazione tecnologica.

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